Occhiarcobaleno

Lo squillo fastidioso della sveglia interruppe il sonno di Isabella, che con un gesto della mano ormai collaudato la spense.

STORDITA.

Si rigirò nel letto, rannicchiando le ginocchia tra le braccia come fanno i bambini. Timidamente i suoi occhi cominciavano ad aprirsi, consapevoli di doverlo fare per forza. Lentamente… molto lentamente. Isabella iniziò a vedere le prime forme della giornata, sfuocate, non bene identificate. Si stropicciò gli occhi,

una volta…

due volte…

tre volte…

Senza alcun preavviso, la sua bocca si spalancò in uno sbadiglio di rara soddisfazione.  Pigramente cominciò così a spostare le coperte e si sedette al bordo del letto. Finalmente le gambe decisero di rispondere ai sui comandi, si alzò quindi dal letto dirigendosi verso la piccola finestra oscurata dalle tapparelle fissando il campanellino che penzolava dalla maniglia. Con gli occhi ancora semichiusi si guardò intorno, e notò qualcosa di strano nella luce. C’era troppo buio. Alzò la tapparella.

AVVILITA.

Non aveva Mai visto prima d’ora un grigio così, quasi surreale. L’impatto con il risveglio era sempre stato traumatico per lei, soprattutto se a darle il buongiorno era un cielo tetro come quello che in quel momento stava osservando. Richiuse gli occhi e si voltò verso la porta della sua stanza quando un flash le illuminò la mente.  Gli occhi chiusi l’avevano aiutata a focalizzare un particolare che la lasciò sbigottita. “Gli alberi, perché gli alberi sono grigi?”, si domandò.

SORPRESA.

Di scatto, voltò di nuovo gli occhi verso la finestra, e lentamente si sporse a guardare. “Gli alberi sono grigi! Ma com’è possibile?” Esplorò con lo sguardo tutto il panorama che la finestra le offriva, un panorama che lei credeva di conoscere a memoria. Guardò ovunque, e non c’era che grigio, nero e bianco. A confermarle il suo stato di veglia, gli occhi, sbalorditi quanto lei, impedivano alle palpebre di porre fine, anche solo per pochi istanti, a quelle immagini, al punto che le mani, in un gesto di solidarietà, le vennero in soccorso. Turbata dall’eccezionalità dell’evento, Isabella impose su di sé la convinzione che quello non fosse altro che un sogno. “Ma sì, sono ancora a letto a dormire! Tutto questo non può essere reale! Sono i vecchi film ad essere in bianco e nero!

La realtà è a colori…

La realtà è a colori…

La realtà è a colori…

ILLUSA.

Come un’eco questa frase non smetteva di rimbombarle nella testa, mentre la sua fantasia andava su un qualsiasi ricordo, anche lontano, che avesse un qualunque colore. Si girò verso la sua camera. Scrutarla nei minimi dettagli si rivelò una controprova schiacciante rispetto a quanto si era appena indotta a credere. Grigio, nero e bianco. Le fotografie, che nel corso degli anni avevano gradualmente ricoperto le pareti, non erano più in grado di aggiungere quel colore che la carta da parati, troppo anonima per Isabella, le aveva sempre negato. Stentava a crederci. Si avvicinò e le guardò intensamente, come fosse stata la prima volta. Osservava con occhi sbalorditi le foto che proprio lei aveva scattato, ricordando il momento preciso in cui le aveva fatte. La sua memoria era a colori, e cominciò a pensare che forse ricordare, sarebbe stato l’unico modo per ritornare alla realtà, una realtà che ormai Isabella cominciava a sentire estranea.

CONFUSA.

Si avvicinò alla sua collezione di conchiglie. Ne stava prendendo una quando la sua mano destra invase il suo campo visivo. Cominciò a ruotarla vedendone sia il dorso che il palmo. Nulla era diverso da tutto quello che le circondava. Le sue dita, il suo polso, nessun colore vivo. Solo lo smalto nero che andava consumandosi sembrava non aver perso la sua identità. Lentamente si avvicinò alla porta della sua stanza, e quella stessa mano andò a posarsi sulla maniglia. La paura di trovare la casa nelle stesse condizioni era forte. Aprì la porta di scatto… Grigio, nero e bianco. Non sapeva che fare. Si guardava intorno confusa, smarrita nella sua stessa casa. Non sapeva chi chiamare. La casa era vuota, come tutte le mattine. Ormai ci era abituata. Sentiva che i suoi occhi si stavano riempiendo di lacrime.

AGITATA.

Quasi naturalmente la sua mano andò a cogliere una lacrima, la guardò, e la sua limpida trasparenza aveva lasciato il posto ad un grigio del tutto simile a quello che le ricopriva le sue mani. Pensò che quella fosse la fine. “Forse è così che comincia! I colori piano piano si sciolgono e scompaiono, lasciando solo la loro proiezione  tetra”. Questo immaginò Isabella, che presa dallo sconforto si lasciò cadere sulle ginocchia.

RASSEGNATA.

Ora gli occhi erano ricoperti di lacrime rendendo la sua vista sfuocata oltre che incolore. Pensò a sua madre, a dove potesse essere, e alle parole che solo lei sapeva dire nei momenti di disperazione. Pensò che la prima cosa del giorno che ascoltava quando si svegliava era la sua voce che la salutava prima di andare al lavoro, dandole un bacio e andava via. La testa cominciava a girarle in un vortice di forme indefinite, un mosaico di immagini scomposte e senza colore le affollavano la mente. Sentiva che qualcosa le stava succedendo. I denti cominciavano a battere da soli, e dei brividi le percorrevano il corpo. Tremava dal freddo e la vista cominciò ad annebbiarsi. Stava per perdere i sensi quando… lo squillo fastidioso della sveglia interruppe il sonno di Isabella, che con un gesto della mano ormai collaudato la spense.

FINE

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